1° Maggio: Lavoratori, si ma quali?


Buon primo maggio a tutti i lavoratori, benchè di questi tempi verrebbe da chiedersi quali lavoratori.
Viste le cifre che circolano su licenziamenti, mobilità e cassa integrazione, vien da pensare che più che una festa, questo primo maggio sia una commemorazione del caro estinto “lavoro”.
Cosa ci sia da festeggiare non si capisce bene, ma l’importante non è il motivo per cui si fa festa, quanto il farlo punto e basta, con tanto di concertoni, comizi e via dicendo.
Un carosello di parole e suoni che stride non poco con la serietà con cui si dovrebbe affrontare l’argomento, ma quanto al lavoro ci penserà il neo ministro Giovannini.
Cosa c’entra il presidente dell’Istat con il lavoro?
Non saprei, ma forse meglio lui della Lorenzin alla Sanità, almeno, essendo avvezzo a far statistiche, ci saprà dire con maggior sicurezza a che età NON andremo in pensione e cosa possiamo NON comprarci con questi salari sempre più svalutati.
Inezie a parte, il tema del lavoro è sicuramente prioritario in questo periodo di crisi, perché andando male il comparto industriale, a catena va male tutto il resto e lo dimostrano i tanti (troppi) negozi che stanno chiudendo un po’ ovunque, del resto se non hai di soldi in tasca inizi a tagliare le spese superflue: niente colazione al bar, usi meno l’auto, a mangiare fuori rinunci, ecc.
Non invidio Giovannini, perché il sistema Italia sarebbe da sradicare e rifare ex novo.
Da un lato alcuni (tanti) imprenditori usano la crisi come scusa per non adempiere ai propri doveri, quindi si rinnovano indefinitamente i contratti a progetto, si tira sullo stipendio, non si rinnovano i contratti e via dicendo, arrivando all’assurdo di persone assunte con contratti trimestrali, che ovviamente impediscono al lavoratore di vivere tranquillo e di farsi un mutuo.
Dall’altra parte noi lavoratori siamo spesso schizzinosi e preferiamo restare disoccupati piuttosto che arrangiarci, specialmente se giovani.
Sia chiaro: so benissimo che tantissimi ragazzi si sbattono a fare i camerieri o i barman la sera o nel fine settimana, ma pochi di loro prendono in considerazione come prospettiva lavorativa quel mestiere, perché “ho studiato” e in virtù di non ho mai capito quale privilegio, se hai studiato non puoi sistemarti altrove.
In Italia mancano, ad esempio, 6mila pizzaioli, ma servono anche operai specializzati, cuochi, estetisti e parrucchieri, artigiani…
Posti che vengono occupati (per fortuna) da extra comunitari meno presuntuosi che magari hanno anche ottenuto una laurea nel loro paese, ma che preferiscono portare a casa dei soldi al posto di starsene li a piangerci sopra perché il Italia non gli riconoscono il titolo di studio.
Nel mezzo abbiamo uno Stato che non controlla gli imprenditori furbetti e non aiuta le famiglie ad orientarsi nelle scelte formative dei propri figli.
Basta pensare a quanti laureati in materie letterarie, giuridiche e umanistiche sono a spasso, mentre mancano ingegneri e architetti.
La questione non è esser choosy, come aveva chiosato la Fornero tempo fa, quanto far capire agli italiani che non è un dramma se non hai un figlio laureato e che se diventa sarto, fabbro o carpentiere non lo mantieni fino a 40 anni.
Ma forse il problema è che poi con le amiche non potrai vantarti di avere il figlio si disoccupato, ma medico o avvocato.

Pubblicato su AlessandriaNews il 1 maggio 2013
http://www.alessandrianews.it/opinioni/lavoratori-si-ma-quali-36219.html

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