Cartasegna e il suo consorzio di peggioramento fondiario


DSCN9746Ho ricevuto dall’amico Giorgio Mora questo articolo e volentieri lo ospito nella mia rubrica, premettendo che chi volesse replicare avrà lo stesso spazio.
Ermanno Cecconetto
Splendidi i paesaggi lungo il cammino tra il Parco Antola e le Capanne di Cosola. Al principio dell’estate, in poche ore, gli amanti delle passeggiate montane possono percorrere prati fioriti, boschi di faggi, e trovarsi nel bel mezzo della pittoresca fioritura del maggiociondolo. Si può fare una tappa intermedia, con eventuale sosta gastronomica, nei luoghi meravigliosi di Casa del Romano e Capanne di Carrega. Consiglio questo percorso a escursionisti di tutti i livelli, a scolaresche in gita di fine anno,e perché no, ai gruppi dei campi estivi degli oratori. Vivere la montagna aiuta a apprezzare la natura, e l’educazione al rispetto degli equilibri della natura stessa e dell’integrità del paesaggio sono le fondamenta strutturali del futuro. Anche se qualcuno non se n’è ancora accorto. Se si vogliono anche esempi negativi, prima d’arrivare al Monte Cavalmurone, basta fare una variazione di percorso e scendere verso l’abitato della Frazione Cartasegna Ligure.
Non è facile districarsi fra macchie di faggi, prati e piccoli ruscelli, ma quando si prende il sentiero giusto, dopo aver camminato per circa un’ora, ci si immette improvvisamente in un’incomprensibile e orribile stradaccia. Uno splendido sentiero millenario si trasforma in uno squarcio sul fianco della montagna largo fino a 4 metri. Proseguendo, dopo 2 chilometri il tracciato incrocia una cicatrice di strada, un altro aborto della mala-gestione del territorio. Ai lati, quel che resta di frassini, noccioli e carpini divelti da una ruspa scavatrice. Qua e là, frane che interrompono il percorso, sintomo d’una cattiva progettazione fatta in luoghi dove forse non era né consigliabile né auspicabile costruire nemmeno un largo sentiero, figuriamoci questa sottospecie di forestale con l’ampiezza d’una superstrada.
Ma chi è il regista di questo penoso film?
Per capirne le dinamiche e finalità bisogna fare un passo indietro e illustrare brevemente la storia dell’acquedotto di questo borgo appenninico. Ormai da decenni la rete idrica della frazione è collegata con una vasca posta nella parte alta del paese. La vasca viene rifornita da una fonte che si trova lungo un sentiero a venti minuti di cammino dall’abitato. La fonte è composta da due piccole vasche di convogliamento acque e da un tubo che poi porta l’acqua verso valle. Il tubo è stato sostituito qualche anno fa grazie alla collaborazione volontaria degli abitanti di Cartasegna, ed è ancora praticamente nuovo. La manutenzione delle due vasche è semplice e non richiede molta manodopera: per decenni due persone, il compianto Iose e il sempre disponibile e saggio Gino, hanno provveduto manualmente alla rimozione di foglie cadute sopra le vasche. Gli anni passano e il Consorzio di Cartasegna (l’organo amministrativo locale), visto la semplicità e il poco tempo richiesto per la manutenzione, avrebbe dovuto semplicemente provvedere alla sostituzione dei vecchi operatori con nuovi volontari. Invece ha taciuto l’esigenza e s’è imbarcati in un’opera del tutto scriteriata.
Seguendone la genesi, possiamo capire come una brutta idea, supportata da una gestione superficiale, si trasforma in un pessimo progetto e quindi in una disastrosa realizzazione. Ed ecco i fatti.
Nel luglio del 2007 gli amministratori del Consorzio mandano una lettera a Carniglia, geometra ufficiale del comune di Carrega Ligure, perché valuti la possibilità di tracciare una strada tra paese e sorgente. Nel 2008 il comune sostituisce Carniglia e il progetto sembra scomparire nel nulla. Poi, grazie a uno zelante lavorio sotterraneo, il progetto resuscita. Sembra che la documentazione non sia mai sufficiente finché, come comunica lo stesso Consorzio nella riunione dell’agosto 2013, il progetto (dello studio tecnico dello stesso Carniglia) viene approvato. Senza uno straccio di valutazione dell’impatto sull’ambiente. Senza un calcolo del rapporto costi/benefici. E senza approfondire la reale necessità di un’opera così degradante per l’ambiente montano. Nessuno sa quanto costa. Tutti ignorano le alternative. Solo un gruppetto di animati consorziati sciorinano giustificazioni deboli e inconsistenti.
Durante la riunione vengono fatte delle obiezioni, ma sono messe a tacere con la giustificazione d’ essere state fatte troppo tardi. (Troppo tardi da cosa? Come se non fosse mai troppo tardi per rimediare alle sciocchezze…)
Nemmeno una persona adduce a giustificazioni che si possano prendere sul serio.
Ma allora perché continuare il progetto? Cosa spinge delle persone normalmente equilibrate e assennate a farsi carico di decisioni che portano all’utilizzo indiscriminato della risorsa territorio, di ciò che non è loro? Perché sprecare denaro pubblico? (Che provenga dal fondo dell’Unione Europea, dalla Regione, dal Comune o dalla Frazione stessa, poco importa. Lo spreco rimane tale, con l’aggravante dell’inutilità e della distruzione di un habitat naturale). Che sia solo mancanza di sensibilità? O c’è chi ha tornaconto personale? Beh, come diceva quel tale, a pensar male si fa peccato, però quasi sempre si ha ragione.
E perché non fare altri lavori di manutenzione più urgenti e necessari? Il muro di sostegno della piazza del paese sta crollando; la biologica principale dell’abitato è guasta ormai da anni; l’intonaco della chiesa si sta scrostando. Inoltre, l’impianto idrico tra le case è una specie di groviera: è proprio il caso di dire che fa acqua da tutte le parti.
Quest’ultimo è un lavoro di manutenzione urgente. Era stato presentato un ottimo progetto da un ingegnere idraulico. Realizzazione di un certo costo ma che, se dilazionato negli anni e messo in opera una parte per volta e con il supporto della manodopera locale, sarebbe risultato più che sostenibile. Ma coloro che dovrebbero rappresentare le esigenze della gente hanno preferito glissare sulla proposta, impugnando la scusa del costo eccessivo. E così passa la logica del meglio fare un’opera inutile e dannosa che una utile e necessaria.
Eppure i segnali per uno stop dei lavori erano stati chiari.
Il 3 marzo 2013 veniva pubblicato sul quotidiano La Stampa (sezione Alessandria) un articolo di cronaca giudiziaria. Il protagonista, il geometra Carniglia di Cantalupo Ligure veniva accusato di esercizio abusivo della professione di ingegnere. Il pm chiedeva la condanna a 5 mesi di reclusione perché il geometra “tra il 2005 e il 2007, è stato incaricato da numerosi Comuni della Val Borbera e dalla Comunità Montana Valli Borbera e Spinti di progettare opere che rientravano nella competenza esclusiva di ingegneri”.
Pochi mesi dopo (come si legge nell’articolo di Alessandria News on-line in data 1 novembre 2013) il Tribunale di Alessandria sentenzia: “(…)il geometra è stato condannato dal tribunale di Alessandria alla pena di tre mesi di reclusione, convertita in una sanzione di 3420 euro (…) il professionista era accusato di esercizio abusivo della professione di ingegnere, reato continuato.” Interessante il punto di vista di Carlo Traverso, rappresentanza dell’Ordine degli ingegneri: “Carniglia va condannato poiché l’attività svolta nei nove progetti contestati nel capo di imputazione e da lui firmati esorbitavano le sue conoscenze scientifiche. Per sei incarichi gli ingegneri consultati non hanno fatto nulla e per le altre ben poco.”
In poche parole: il geometra progettava opere per le quali non aveva competenze scientifiche e chiedeva la consulenza di ingegneri che non contribuivano pienamente al progetto. Tra gli ingegneri viene menzionato anche Riccardo Antoniazzi.
E ora la sorpresa: sapete chi ha firmato il progetto dell’inutile strada che a rovinato sentieri, prati e boschi in località Frazione Cartasegna Ligure? Ing. Antoniazzi Riccardo e Geom. Carniglia Valter.
Riassumo la genesi dello sciagurato progetto e d’altri elementi interessanti:

– 2 luglio 2007 gli amministratori del Consorzio inviano una lettera al geometra del comune della Frazione per valutare la fattibilità della strada;
– 2008 il Comune di Carrega Ligure sostituisce il geometra Carniglia;
– 3 aprile 2013: il pm chiede la condanna di Carniglia per vari progetti nei comuni della Val Borbera;
– 29 aprile 2013: il comune di Carrega Ligure firma il permesso di costruzione, approvando definitivamente i progetto;
– ottobre/novembre 2013, la scavatrice distrugge prati, sentieri e boschi e costruisce una strada;
– 1 novembre 2013: il Tribunale di Alessandria condanna Carniglia per esercizio abusivo della professione di ingegnere.
Ora capisco perché i rappresentanti del Consorzio di Cartasegna, nell’agosto 2013, alla personale richiesta di visione del progetto avevano messo in scena il pietoso giochetto delle tre carte. La prima persona interpellata diceva che il progetto era nelle mani della seconda, la seconda che il progetto ce l’aveva la terza, e la terza, la quarta, e così via. Chiaramente lo scopo era non fare troppa pubblicità. Non volevano che altri consorziati, villeggianti, proprietari di terre e case e il resto della popolazione di Cartasegna, venissero a conoscenza della superficialità del progetto nei riguardi del rispetto dell’ambiente e dell’integrità del loro territorio, soprattutto alla luce delle vicende giudiziarie dei progettisti stessi.
La cronologia parla da sola. Non ho certamente la velleità di giudicare personalmente nessuno, né il geometra progettista e nemmeno gli amministratori. Conosco quasi tutti direttamente o per vie traverse, e so che sono delle persone corrette e dignitose. Persone che credono al valore della comunità e per la comunità sono disposti a dedicare tempo e energie. Ma non è più tempo di fare certi grossolani errori. Non è più tempo di credersi investiti da chissà quale missione distruttrice e cambiare e stravolgere il nostro paesaggio. Anche per il rispetto di tutti gli altri. Per il rispetto di chi non fa parte di un superficiale quintetto d’ amministratori locali e che la propria terra la vuole conservata nella sua integrità geografica e nel suo significato storico. La società è cambiata e si è capito che non si può più sprecare il territorio con progetti inutili e dannosi. E non parlo di valori astratti letti in qualche libro, ma di valori che derivano dalla nostra storia e dalla relazione comunità/territorio.

Non è una novità che l’uomo abbia da sempre cercato di adattare l’ambiente alle sue esigenze. In passato, nelle valli alpine e lungo l’Appennino, l’umanizzazione del territorio ha portato nuovi equilibri. Tenere in ordine muretti a secco, mantenere sentieri di pietra di costruzione remota, rispettare castagneti piantati dai nonni o dai bisnonni, tutto veniva fatto con profondo rispetto. Questa è la nostra eredità.
Ogni generazione ha la responsabilità di modificare il paesaggio secondo il criterio del rispetto. Vuol dire innanzitutto riconoscere gli aspetti distintivi del paesaggio. Le infrastrutture oramai ci sono. E’ ora di finirla con la creazione di ulteriori infrastrutture. La maggior parte sono inutili e servono solo per ingrassare lo speculatore di turno. Adesso bisogna ragionare secondo criteri di ripristino, tutela, restauro e conservazione. Tutto ciò già succede per altre realtà. Non ci sogneremmo mai di abbattere una chiesa per far posto a una strada. La chiesa fa parte della nostra identità. Di ciò che noi siamo intimamente. Fa parte delle nostre radici. La chiesa si arricchisce di valori simbolici. Ci ricorda per esempio una delle prediche vocianti di Don Luciano, che parla del valore della comunità. O ci fa sprofondare nel ricordo delle memorie di Don Gioachino Ridella, testimonianza storica della seconda metà dell’Ottocento. Ma anche un prato, un sentiero, un torrente, una pianta che vediamo da quando siamo nati hanno un valore che va al di là dell’apparenza fisica.
E non parlo di un’alternativa. Ormai questa è la sola possibilità rimasta. Altrimenti succede quello che è successo, per esempio, nell’unica piazza della stessa Frazione Cartasegna. Prima c’era una piazza ampia, dove si poteva agevolmente far manovra. Bella a vedersi e accogliente. Adesso, per colpa del solito progetto mal fatto e mal eseguito, c’è un indecente muraglione in blocchi di cemento armato, che sembra di stare in uno scalo ferroviario abbandonato di non so quale periferia degradata.
Ma ce ne sarebbero altri di aneddoti da raccontare, piccole opere avvilenti dell’amministratore zelante di turno, baciato dalla missione divina della “pulizia del pulito”.

Abbiamo avuto la fortuna d’ essere vissuti in un tempo meraviglioso, pieno di entusiasmi e cambiamenti. Il collegamento della strada carrozzabile e l’arrivo dell’energia elettrica. Questi cambiamenti epocali sono l’effetto d’ una società in espansione che già non esiste più. Non si parla di tornare indietro ma di adattarsi alle nuove prospettive. Alla nuova sensibilità verso il passato.
Molti hanno la fortuna di avere dei ricordi legati a Cartasegna. C’è chi ha visto crescere i figli. Chi ha passato dei momenti indimenticabili nelle interminabili partite di calcio con i ragazzi della canonica. Chi ci si è sposato. Questi sono i nostri ricordi. Le risate con gli amici, le ore passate al campo da bocce, le migliaia di zappate negli orti, l’attesa del prete all’ombra del sagrato della chiesa. Gli anni delle gare sportive della mitica Polisportiva di Ottavio. Le trippate e le spaghettate di mezzanotte. I bottiglioni di vino freschi di cantina. I tornei di calcio. Le escursioni a Roncasso, e al Carmo, e al Cavalmurone. Le visite dell’amico di Capanne di Carrega e le cene al suo ristorante. Le feste sull’aia. La storica vittoria calcistica contro l’Albera. Le stelle cadenti di San Lorenzo. L’arrivo e la partenza di Floriano, brillante cometa nella notte scura.
Tutto fa parte di noi. Tutto: visibile e invisibile, ricordi e presente. Concreto e spirituale. Territorio e paesaggio. Quindi tutto merita il rispetto di tutti. E il territorio merita un approccio meno superficiale e velleitario di chi s’arroga il diritto di cambiarlo drasticamente.
Gli amministratori del Consorzio di Cartasegna hanno toppato clamorosamente. Lo statuto del Consorzio stesso e i suoi obiettivi, alla veneranda età di 35 anni, non è più allineato alla realtà attuale e va modificato. E’ il frutto della mentalità della maniera di vivere degli anni Settanta. Oppure il Consorzio non ha più motivo di esistere. Se si amministra male, conviene che lo facciano altri al nostro posto. Viviamo in un altro mondo. Continuare sulla strada della cementificazione scriteriata, ostinarsi a non riconoscere gli aspetti distintivi dei posti in cui viviamo vuol dire perdere le radici e allo stesso tempo non adattarsi al mondo contemporaneo. Non si può continuare a vivere perennemente negli anni Settanta. Vogliamo un territorio migliore. Vogliamo un paesaggio migliore. Vogliamo amministratori capaci e onesti.
Per questo, alla luce della pessima idea e del pessimo progetto appena realizzato credo che sia giusto cambiare il nome completo del Consorzio in: “Consorzio di Peggioramento Fondiario di Cartasegna Ligure”.

Pubblicato su NoviOnLine 04 luglio 2014 – Leggi l’articolo

 

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