Campanilismi Sanitari



Stando alle ultime notizie che stanno circolando in queste settimane sembra proprio che nella querelle ospedaliera Novi batte Tortona uno a zero.
Pare infatti che il nosocomio tortonese sarà declassato, diversi reparti saranno chiusi e già a breve tutte le emergenze saranno dirottate su Alessandria o Novi.
La questione ha sollevato ovviamente un mare di polemiche, con tanto di protesta silenziosa di 27 Sindaci che gravitano intorno a Tortona, presenti a Torino nel giorno della discussione del piano sanitario regionale.
Alcuni pare paventino la minaccia di passare alla Regione Lombardia, una ripicca molto difficile da realizzare, perché l’iter burocratico è piuttosto complesso e l’ultima parola spetta al Governo, non certo ai cittadini.
Senza considerare poi che il rischio sarebbe di passare dalla padella nella brace, perché anche la Regione Lombardia sta da tempo paventando la razionalizzazione dei piccoli ospedali, tra cui rientra anche Varzi, ospedale che per vicinanza potrebbe far gola ai tortonesi.
Stiamo comunque rasentando il ridicolo, se è vero quanto emerge dai giornali, ovvero Sindaci che esaltano il proprio ospedale rispetto al vicino, evidenziando pregi dell’uno e rimarcando i difetti dell’altro.
L’assessore Saitta ha chiaramente detto che 4 DEA in provincia non ci potranno essere , quindi Novi, Tortona e Acqui devono mettersi l’anima in pace, tra loro ne resterà solo uno perché il problema dei costi della sanità piemontese è noto ed è un capitolo che assorbe buona parte del bilancio regionale.
Ha senso avere sette ospedali per una provincia piccola come Alessandria?
Ha senso replicare tutte i reparti, senza avere i soldi per avere macchinari efficienti, personale e fondi per garantire un’assistenza adeguata?
In tempo di vacche grasse, quando i conti pubblici erano in forte perdita, ma a nessuno interessava, sicuramente non contava se nel raggio di qualche decina di chilometri ci fossero dei doppioni, perché i soldi si potevano sprecare senza troppi pensieri.
Anzi era un sistema clientelare molto ben oliato: il politico di turno creava strutture pubbliche nel proprio territorio, facendo assumere parenti, amici o semplicemente gente che poteva garantirgli un ritorno in termini di voti e i cittadini votavano il politico.
Il denaro pubblico è sempre stato considerato “di altri” e quindi nessuno si interessava quanto costava fare e mantenere così tante strutture pubbliche (ospedali, istituti, distaccamenti provinciali, ecc.), anche perché alla fine per farle funzionare (o per far almeno finta) bisognava assumere molto personale e quindi il ritorno per il cittadino sembrava esserci (anche se a caro prezzo).
Invece oggi che non possiamo più fare debiti in modo incontrollato, perché bisogna restare entro determinati parametri, bisogna risparmiare ed ecco quindi che i tagli si ripercuotono su tutto il comparto pubblico, spesso in modo scellerato, ma a volte anche con un criterio razionale.
Ovviamente sono il primo che ha sempre scritto che oltre ai servizi bisognerebbe tagliare prebende e regalie politiche, a partire dai rimborsi elettorali, passando per i rimborsi spese, le pensioni d’oro (spesso non guadagnate) e gli sprechi dei tanti palazzi di governo (Stato, Regioni, Province, Comuni, istituti vari).
Ne sono un valido esempio i tanti processi in corso sulle pazze spese regionali, le famose mutande verdi di Cota, e mi sono sempre chiesto, ad esempio, che senso abbiano le tante sedi diplomatiche delle Regioni nei Paesi esteri, quando esiste un ministero preposto per questi rapporti.
Insomma tutto un mondo di spese inutili (dal mio modesto punto di vista) che se tagliate ci farebbero risparmiare magari l’aumento dell’IVA, ma che ovviamente non convengono ai politici.
Ben venga però anche una razionalizzazione della spesa pubblica, perché come accennavo più sopra, forse non aveva già senso all’epoca e con i mezzi tecnologici a disposizione a maggior ragione non ha senso oggi mantenere attivi tutti questi doppioni.
Non sposo la tesi del nuovo mega ospedale in Fraschetta, perché credo che abbia più senso sfruttare meglio quello che c’è, rispetto al costruire nuovamente.
Penso ai tanti soldi investiti nel San Giacomo, ad esempio, e trovo corretto che sia sfruttato meglio, potenziando e riaprendo i reparti presenti.
Perché avere, ad esempio, un reparto di cardiologia in tutti gli ospedali alessandrini, spesso con pochi letti a causa del poco personale, con turni pesanti per chi ci lavora, quando si potrebbe farne 3 ben attrezzati e gestire la degenza degli altri quattro?
L’utente subirebbe il disagio della sede centralizzata per pochi giorni e poi potrebbe tornare vicino a casa per il restante periodo di degenza.
Resterebbero comunque i punti di primo soccorso, per garantire l’assistenza d’urgenza, ma gli altri reparti/ambulatori/laboratori potrebbero benissimo essere accentrati.
Alcuni amici mi hanno suggerito che forse anche parte del personale, abituato alla comodità di andare al lavoro a piedi o in bici, non gradisce spostarsi, ma purtroppo nel 2014 il lavoro è anche fatto di spostamenti.
L’alternativa, visto il blocco assunzioni e i continui tagli, è vedere lentamente morire tutte le strutture, perché non ci sarà abbastanza personale per mandarli avanti.
I posti letto nei reparti continueranno a diminuire e il malato sarà spostato da un ospedale all’altro, a secondo di dove ci sarà un posto.
A questo punto il disagio sarà evidente e pesante, perché magari da Tortona si verrà trasferiti ad Acqui o si dovrà aspettare mesi per farsi operare, tutto questo ha senso?
Forse si, visto tutto il campanilismo che ci stanno mettendo molti politici, più attaccati alla voglia di far su voti che non alla realtà e al bene del cittadino.
Un delirio sanitario che finirà per danneggiarci tutti.

Ermanno Cecconetto
Pubblicato su NoviOnLine il 5 Dicembre 2014 – Leggi l’articolo

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